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Astute obiezioni

Le risposte dei Santi
alle obiezioni contro la vocazione consacrata

Figlio, se vuoi servire il Signore,
 prepara la tua anima alla prova
(Sir 2,1)

Sant’Alfonso afferma: “Chi entra nella vita religiosa entra al servizio del re del cielo , il quale di solito cerca di provare la fedeltà di coloro ch’egli accetta per suoi colle croci e colle tentazioni , con cui permette che l'inferno li combatta ”. E’ necessario che colui che è stato chiamato a lasciare tutto e seguire Cristo (cfr. Mt 19,21), trovi delle difficoltà. Sant’Alfonso spiega anche la causa di queste difficoltà e tentazioni: “Sì, perché un consacrato, se persevera ed è fedele a Dio , gli toglierà migliaia di peccatori , che per suo mezzo si salveranno .
E perciò il nemico cercherà di guadagnarlo in tutti i modi , e metterà in campo tutte le astuzie per ingannarlo ”.

Cercherà dunque d’ingannare a chi si trovi davanti al quel desiderio angelico di abbracciare lo stato religioso. E lo farà presentando delle false obiezioni sulla legittimità della chiamata, le quali possono venire da diversi ambiti, persone, da noi stessi…

In questa sezione elenchiamo i principali inganni con cui il diavolo solitamente tenta di scoraggiare le anime che Dio ha scelto per il suo servizio, e la risposta a queste obiezioni che hanno dato alcuni santi della Chiesa, particolarmente Sant’Alfonso Maria de Liguori, San Giovanni Bosco e San Tommaso, insieme ad altri.

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I° Diversi motivi

1) La prima e più comune tentazione: La dilazione

La tentazione più grande è di chiedere consiglio a molti e lasciar passare molto tempo. Molti consigliano di ritardare la decisione di concretizzare la vocazione, come se il mero fatto di differire e ritardare il tempo potesse risolvere il problema: “Se i problemi si risolvessero soltanto col lasciar passar del tempo, non ci vorrebbero i governanti”.
San Giovanni Bosco afferma: “Chi trova una scusa ogni volta per ritardare la vocazione, quasi sicuramente non la concretizzerà mai perché troverà sempre nuove scuse”1 .
 
Alcuni argomentano con la frase di San Giovanni Apostolo che dice non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio (1 Gv 4, 1), volendo mostrare che è conveniente dilatare la riflessione fino all’infinito, pretendendo di avere una certezza metafisica della vocazione.

Risposta: Dice San Tommaso d’Aquino che bisogna sempre esaminare e mettere alla prova tutto quello che è necessario, cioè le questioni dubitabili. Ma le cose che sono buone con certezza, non hanno bisogno di essere discusse. Dice lo stesso santo: “chi chiede l’ingresso nella vita religiosa non può dubitare che il proposito di entrare in religione viene dallo Spirito di Dio, a cui è riservato il compito di guidare l’uomo sulla retta  strada (Sal 142, 10)”2 .

Perciò il Dottore Angelico nella Somma 3 quando si chiede se sia lodevole l'entrare in religione senza il consiglio di molti e senza lunga deliberazione risponde che sì, giacché si tratta di seguire qualcosa consigliata Gesù medesimo nel Vangelo.

Dice Sant’Alfonso: “I lumi di Dio sono passeggeri , non permanenti … Gran cosa! – continua il santo - gli uomini del secolo , quando si tratta che uno voglia entrare in religione a fare vita più perfetta e più sicura dai pericoli del mondo , dicono che per tali risoluzioni vi bisogna molto tempo a deliberare e metterle in esecuzione , per accertarsi che la vocazione venga veramente da Dio e non dal demonio . Ma non dicono così poi, quando si tratta di accettare dei (benefici mondani od onorifici) dove vi sono tanti pericoli di perdersi . Allora non dicono che vi bisognano molte prove per accertarsi se quella è vera vocazione di Dio”. Per questa ragione San Tommaso afferma chiaramente che le vocazioni divine a vita più perfetta debbono eseguirsi quanto citius (“al più presto”).
Dice Sant’Alfonso: “Chi vuole ubbidire alla vocazione divina bisogna che non solo si risolva ad eseguirla , ma ad eseguirla subito e quanto più presto può, se non vuol porsi ad evidente rischio di perderla ”. Di questo ci diedero esempio gli Apostoli: San Pietro e Sant’Andrea, i quali, davanti alla chiamata di Gesù, immediatamente lasciate le reti lo seguirono (Mt 4,20); e san Paolo raccontando la sua vocazione dice in che modo ha risposto ad essa: Quando Dio, che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia, si compiacque di rivelare in me il Figlio suo perché io lo annunciassi… subito, senza chiedere consiglio a nessuno… mi recai in Arabia e poi ritornai a Damasco (Gal 1,16).

Commenta san Giovanni Crisostomo: “Cristo ci chiede un’obbedienza tale, da non fermarci nemmeno un istante”4.
“Avendo ascoltato – dice a questo proposito San Girolamo – la sentenza del Salvatore se vuoi essere perfetto, va’ vendi tutto quello che hai e dallo ai poveri e poi vieni e seguimi: traduci in opere queste parole e seguendo nudo la Croce nuda salirai con più prontezza la scala di Giacobbe”5 .

La tentazione di dilazione è l’inganno più comune e anche il più pericoloso. San Giovanni Crisostomo afferma che quando il demonio non può distogliere qualcuno dalla risoluzione di consacrarsi a Dio, almeno cerca di fargliene differire l’esecuzione, e stima allora di far gran guadagno, se ottiene la dilazione di un giorno, di un’ora: Perché dopo quel giorno o quella ora, succedendo altra occasione, gli sarà meno difficile poi di ottenere più tempo: intanto che il chiamato, trovandosi più debole e meno assistito dalla grazia, ceda affatto ed abbandoni la vocazione. Con tali proroghe… “oh! - si lamenta sant’Alfonso - con quanti chiamati è riuscito al nemico di far loro perdere la vocazione!”. E perciò San Girolamo consiglia a chi è chiamato ad uscire dal mondo, così: “Presto, ti prego, taglia la corda invece di scioglierla”. E Sant’Alfonso spiega questa frase:
“Vuol dire il santo, che siccome chi si trovasse legato in una barca la quale sta per sommergersi, cercherebbe di tagliar la fune più che di scioglierla; così chi si trova in mezzo al mondo deve cercare di svincolarsi quanto più presto può, per liberarsi tanto più presto dal pericolo di perdersi, che nel mondo è così facile”.
Diciamo per concludere questa parte che la dilazione implica una mancanza di docilità alla grazia divina, cosa che evidentemente offende il Signore, come spiega sant’Alfonso: “Dio, quanto si compiace in vedere in alcuno la prontezza in obbedirlo, tanto apre la mano e lo riempie di benedizioni Così all’incontro gli dispiace la tardanza in ubbidire, ed allora stringe la mano e s’allontana coi suoi lumi; sì che allora quegli difficilmente eseguirà la vocazione e facilmente l’abbandonerà”.

2) Seconda tentazione: “La mia vocazione potrebbe non venire da Dio ma dal diavolo”.

Dicono: Satana si maschera da angelo di luce (2 Co 11, 14) e così imbroglia gli incauti sotto apparenza di bene; perciò è necessario deliberare per lungo tempo.
E’ certo, molte volte Satana suggerisce dei “beni” con l’intenzione d’ingannare, tuttavia bisogna sapere che può ingannare solo i sensi corporali, perché soltanto Dio penetra nel centro dell’anima. Invece, il desiderio autentico ed interiore di consacrarsi a Dio può provenire solo dal Cielo.

Anche se per assurdo il demonio, facendo finta di essere buono, operasse e parlasse come un angelo buono per spingere ad abbracciare la vita religiosa, non si cadrebbe in un errore pericoloso o funesto se si mettessero in pratica i suoi consigli. L’ingresso alla vita religiosa è di per sé un’opera buona e propria di angeli buoni. Non c’è nessun pericolo nel seguire in questo caso il suo consiglio. Don Bosco diceva che “Si dovrebbe abbracciare la vocazione religiosa anche se venisse dal demonio, perché si deve sempre seguire un buon consiglio nonostante venga da un nemico”6 .  Bisognerebbe resistere solo nel caso in cui ci incitasse alla superbia o ad altri vizi.

Si tratta comunque di un’obiezione facile da risolvere: Perché se il diavolo – oppure un uomo – suggerisce a qualcuno la vita consacrata “tale suggerimento non ha nessuna efficacia se non si è attratti interiormente da Dio”7. In maniera tale che, afferma categoricamente San Tommaso “indipendentemente da chi suggerisce il proposito di prendere i voti, questo proposito viene sempre da Dio8 .

 3) Terza obiezione: “Molti, seguendo questa vocazione, hanno fallito gravemente”

Dicono altri: “Bisogna esaminare ciò che può avere conseguenze negative chiedendo consigli accurati…, non si deve iniziare la vita consacrata col pericolo di apostatare o di arrivare alla disperazione”.
A questo errore rispondiamo con San Tommaso9 dicendo che il cattivo risultato può provenire dall’oggetto in se stesso (nel nostro caso si tratta della vita religiosa in sé stessa) o dall’uomo che la realizza (nel nostro caso le proprie debolezze).

Se proviene dall’oggetto, bisogna considerare che se il pericolo è frequente, è necessario valutarlo; ma se il pericolo esiste solo in pochi casi (come capita con la vocazione), allora non è necessaria una lunga deliberazione, ma un po’ di cura e cautela nel non cadervi in futuro. In modo contrario non
si potrebbe intraprendere nessuna opera umana: Chi bada al vento non semina mai e chi osserva le nuvole non miete (Qo 11, 4); Il pigro dice: «C’è una belva per la strada, un leone si aggira per le piazze» (Prov 26, 13) e la glossa commenta: “Molti quando sentono parole di esortazione, dicono che vogliono cominciare la strada della santità, però che non possono seguirla per paura di Satana” 10.

Altre volte accade che lo stesso oggetto in sé stesso è sicuro, però ha dei cattivi risultati a causa dell’uomo che cambia il suo proposito. Ma il fatto che alcuni, abbandonando il loro proposito, apostatino dalla vita religiosa e diventino ancora peggiori di prima, non è motivo per indietreggiare o dilatare i tempi per l’ingresso in un ordine religioso con la scusa di una maggior riflessione. In caso contrario, lo stesso si dovrebbe dire dell’accesso alla fede ed ai sacramenti. Con la stessa ragione non si dovrebbero fare delle opere di giustizia e nessuna opera buona, perché alcuni sono caduti in superbia. Ciò che bisogna fare è essere docile allo Spirito Santo e Dio non farà mancare le grazie necessarie per perseverare in uno stato al quale Egli stesso chiama.

4) “Se hai veramente la vocazione non la puoi perdere… dunque non c’è bisogno di proteggerla”

Dice il libro degli Atti degli apostoli (5, 39): se la cosa viene da Dio, non riuscirete a sconfiggerla; e così alcuni, abbandonando i propositi all’istante, si giustificano pensando che il desiderio di essere religioso non necessariamente può provenire da Dio, perché di fatto in molti casi l’apostasia ha distrutto il proposito di vita religiosa.Questa obiezione nasconde il veleno di una malizia eretica. Da questa citazione gli albigesi dedussero erroneamente che i corpi che si corrompono non sono stati creati da Dio e che se qualcuno ha la grazia o la carità non può più condannarsi, proposizioni eretiche sufficientemente confutate e condannate. Se operiamo in questo modo possiamo cadere in funesti errori; con questo stesso criterio si potrebbe affermare che, se il diavolo peccò, non fu creato da Dio;

se Giuda apostatò, non fu scelto da Dio; se Simone il Mago cadde in un’eresia dopo il Battesimo, non fu opera di Dio il battesimo di Filippo; aggiungiamo le proposizioni di alcuni che sono simili: “se colui che è entrato in una congregazione esce, il primo proposito non veniva da Dio”. Contro questi dice San Tommaso: “I progetti di Dio non si distruggono mai, secondo quanto dice Isaia: Il mio progetto resta valido, io compirò ogni mia volontà! (Is 46, 10)” 11... “Dio, nei suoi progetti immutabili, ispira ad alcuni il proposito di abbracciare la vita religiosa, ma non concede loro (necessariamente) la grazia di perseverare in essa”12 . Dio dà la sua grazia a chi la chiede e si mantiene nel cuore di chi la custodisce. Dunque, pur essendo chiamata, la persona può mancare di fedeltà alla grazia e non perseverare per colpa propria, ma non perché la sua vocazione non sia stata vera.
Abbiamo un chiaro esempio di questo nel racconto evangelico del giovane ricco, al quale Gesù personalmente gli chiese di lasciare tutto e seguirlo… ma il giovane rimase triste perché possedeva molti beni…(cfr. Lc 18,22-23).


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II° Tentazioni provenienti dai famigliari

Causa molto danno di solito alle anime che desiderano di entrare nella vita religiosa il lasciarsi guidare dalle tentazioni carnali dei propri familiari, che in genere (perché non si nega con questo che ci siano dei genitori con criterio soprannaturale), guardano più alla propria sensibilità ed al dolore che significa l’allontanarsi dal figlio o dalla figlia che vuole farsi religioso, che al volere di Dio su di loro. Vediamo alcuni esempi:

Sono soprattutto i genitori quelli che per primi cominciano a lamentarsi dicendo “mi lascerà sola, (o solo)”; “non può lasciarmi così”; cercando di influire sulla condotta dei propri figli. In genere, quest’argomento non l’applicherebbero se questo stesso figlio si sposasse o se ne andasse ad abitare lontano. Questi genitori, in un modo egoistico, alle volte forse senza rendersene conto, non desiderano in fondo il bene e la perfezione per i loro figli, perché non lasciano che imitino i veri seguaci di Nostro Signore che lasciarono tutto e lo seguirono (Lc 5, 11). È stato lo stesso Cristo che ha consigliato ad un giovane che voleva seppellire i suoi genitori: Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti (Mt 8, 22). Alcuni “genitori- diceva Don Bosco - preferiscono vedere i propri figli dannarsi al loro fianco piuttosto che salvarsi lontano da essi”13 . Perciò esclama San Bernardo: “Oh padre senza viscere! Oh Madre crudele! La loro consolazione è la morte del figlio; che preferiscono vederli perire insieme a loro, anziché regnare senza di essi”14 .

Si deve evitare di chiedere consulenze ai parenti. A questo si riferisce San Girolamo quando enumera gli impedimenti che di solito adducono: “adesso – dice – tua sorella vedova, ti abbraccia con tenerezza; i tuoi domestici, con i quali sei cresciuto, ti dicono: A chi serviremo se tu ci lasci? Adesso colei che è stata la tua nutrice, già anziana: tuo padre adottivo, il quale occupa un secondo posto nel tuo cuore dopo il tuo padre naturale, ti supplicano: aspetta che noi moriamo e tu ci seppellisca”15 ;“l’astuto avversario, come si
vede espulso dal cuore dei buoni, va alla ricerca di quegli a chi questi amano e gli dirige per mezzo di essi parole allettanti, facendo loro credere che sono amati più che qualunque altro; affinché così mentre la forza dell’amore perfora il cuore, egli possa introdurre facilmente la spada della sua persuasione fino ai fondamenti più intimi della rettitudine”16 .

Ci sono altri che avvertono i loro figli facendo credere loro che ci sarà un imminente insuccesso: “lì fallirai”, “ti pentirai, non avrai successo”. Avvertenze che non presenterebbero se si trattasse di contrarre matrimonio, quando in quello stato sarebbero esposti molto di più alle tentazioni dei nemici dell’anima. Non sembra ragionevole pensare ad un fallimento in un ambiente dove si cerca sopra tutte le cose la volontà di Dio, e dove ci sono a portata di mano tutti i mezzi più efficaci  per crescere nella vita spirituale; invece si dovrebbe avere più paura di colui che in mezzo alle oscillazioni di questo mondo attuale deve andare avanti con un piano effettivo di santità, il quale dovrà esigere a se stesso di più per non avere un cuore indiviso nell’amore di Dio.

Altri dicono: “E’ l’unico figlio”, “non può Dio portarselo via”. Anche Isacco era l’unico figlio del patriarca Abramo, e questi non dubitò nel sacrificarlo quando Dio gli manifestò la sua volontà. Anche Cristo era figlio unico. Quest’espressione non ha nessun valore. Sono numerosi nella storia della Chiesa i genitori che hanno dovuto offrire i propri figli unici perché diventassero i grandi santi che con le loro vite hanno illuminato il mondo.

“Mio padre si oppone”, si lamentano alcuni giovani che sentono nel loro cuore di essere tra due fuochi, quello che vuole Dio e quello che desiderano i genitori. Questi tali devono capire che i familiari carnali in genere si lasciano guidare più dal solo sentimento e perciò cercano di ostacolare con tutti i mezzi l’allontanamento dei propri figli. Bisogna ricordare le parole del Signore: Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me (Mt 10, 37). Quanti sono quelli che potrebbero diventare buoni e santi religiosi ma che si perdono perché non sanno vincere questa tentazione! Sant’Alfonso Maria de’ Liguori disse che la maggior tentazione che ha avuto nella sua vita è stata quando nel salutare suo padre, questi l’abbracciò per tre ore consecutive; la cristianità sempre ringrazierà l’integrità che ha avuto in quel momento colui che dopo sarebbe stato un saggio Dottore della Chiesa.

Alle volte esagerano gli inconvenienti familiari, economici, sociali, ecc. per ritardare l’ingresso. A questo si deve rispondere con uno spirito di fede; bisogna rendersi conto che si deve cercare prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta (Mt 6, 33); che se Dio chiama darà anche in abbondanza i mezzi necessari per supplire all’assenza in famiglia. In fondo è una mancanza di fiducia nella mano provvidente di Dio sopra i suoi figli: I miei occhi sono rivolti ai fedeli del paese (Sal 101, 6). Dio non si lascia mai vincere in generosità, e perciò non abbandonerà in nessun caso una famiglia che ha consegnato il fiore dei suoi frutti al suo servizio.

Il rispetto umano del pensare “cosa diranno” gli altri parenti allontana alcuni dalla propria vocazione. Come se fosse necessario preoccuparsi prima del parere degli altri membri della famiglia che del parere di Dio. Poco importa l’opinione degli uomini quando è chiaro il parere di Dio. Sarebbe una perdita incalcolabile disprezzare i beni della vita religiosa per lasciarsi guidare da “quello che diranno”, specialmente quando quel vociferare procede, come succede in

genere, dai familiari ai quali poco importa la religione e la vita eterna. Se sia giusto innanzi a Dio obbedire a voi più che a lui, giudicatelo voi stessi (Atti 4, 19).

Alle volte sono gli stessi familiari che esagerano i sacrifici della vita religiosa: “è una vita molto sacrificata”, “è troppo sforzo”, “non potrai sopportarli”. Certo, è una vita sacrificata, perché colui che si consacra a Dio non cerca le comodità che gli può offrire il mondo, piuttosto cerca di imitare Gesù Cristo che è morto in croce per amore suo. Il buon religioso soffre il martirio in vita, però è proprio questo cammino regale della croce che gli dona la felicità qui in terra e ancora di più in cielo. Questi familiari dimenticano che il Signore ha promesso il centuplo in questa vita e, dopo, la vita eterna a coloro che lo seguono; che se Lui dà da mangiare agli uccelli del cielo e veste i gigli del campo, non abbandonerà mai coloro che si donano a lui, perché come diceva Santa Teresa, “Il Signore non abbandona mai coloro che solo per Lui si avventurano”17 .

E se Lui chiama e se c’è un vero amore nel donarsi a Lui, darà anche le grazie per affrontare tutte le difficoltà che ci saranno da superare nel nostro cammino verso il cielo. Perciò, in mezzo alle croci, i buoni religiosi sono gli uomini più felici della terra. Don Bosco incoraggiava i suoi salesiani: “e non temete che vi manchino le forze necessarie per compiere gli obblighi che lo stato religioso impone; abbiate, al contrario, grande fiducia perché Dio che cominciò l’opera, predisporrà che abbiano perfetto compimento queste parole di San Paolo:

colui che ha iniziato in voi quest’opera buona, la porterà a compimento fino al giorno di Cristo Gesù (Fil 1, 6)”18

“Io sono sua madre, conosco quel che è meglio per lui”. Nessuno dubita che tutte le buone madri desiderano il meglio per i loro figli, ma è molto facile che quando devono consigliare sull’allontanamento fisico del figlio, si lascino guidare di più dai sentimenti che dalla ragione; in genere “il meglio per lui” è sempre che rimangano vicini a loro.


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III° Tentazioni provenienti dal candidato stesso

Gli inganni che procedono dal candidato stesso riguardano l’intelligenza, la volontà e la sensibilità.

1) Inganni che riguardano l’intelligenza

“Non sono degno di diventare sacerdote”.

Nessuno è degno di essere sacerdote, davanti agli eccelsi misteri che si celebrano. In verità, nessuno può considerarsi degno di farsi creditore del diritto di celebrarli. La vocazione è una grazia specialissima di Dio, e per tanto, gratuita; se Lui la dona, dispensa anche le disposizioni sufficienti per poter esercitare degnamente l’ufficio sacerdotale. Con tutto, ogni giorno il sacerdote, il vescovo ed il Papa dicono nel mostrare l’Ostia consacrata prima della Comunione “Signore, non sono degno”.

Se il motivo di lasciare la vocazione fosse questo di non essere degno, non ci sarebbe nessun sacerdote sulla terra.

“Non ho le qualità, né simpatia, né convinzione, non servo per l’apostolato”.
Non sono precisamente quelle le qualità che ci vogliono per avere vocazione. È sufficiente la chiamata di Dio. Neanche Mosè aveva qualità per parlare ai giudei e tuttavia portò avanti l’opera della liberazione di Israele in modo ammirevole. Il buon religioso mette la sua fiducia in Dio, non nelle sue forze; se fa così, fallisce. Chi confida nel Signore è come il monte Sion: non vacilla, è stabile per sempre (Sal 125, 1); chi ha confidato nel Signore ed è rimasto deluso? (Sir 2, 10).

“Sono stato un grandissimo peccatore”, “Dio non può guardarmi negli occhi”.

Terribile errore. Dio chiama come vuole, quando vuole, dove vuole e chi vuole; tutto l’immenso mare dei nostri peccati sono un nulla in confronto ad una piccola goccia della misericordia divina. Sarebbe stata una grandissima pena se Sant’Agostino avesse agito e si fosse lasciato guidare da questi pensieri; tuttavia, colui che è stato un grande peccatore è giunto ad essere Dottore della Chiesa, Padre d’Occidente ed uno dei teologi più grandi di tutti i tempi. Davanti a questa realtà bisogna rispondere col detto popolare:  “ciò che è stato è stato/non si piange sul latte versato” e non tralasciare di fare quel che Dio chiede.

Così ha agito Santa Maria Maddalena, ed è oggi una delle stelle più brillanti del Regno dei Cieli, e così hanno agito tanti santi che pensarono più alla misericordia di Dio che alla miseria dei loro peccati.

“Perché farmi prete se oggi tutti i chierici e i religiosi sono rilassati”.
È molto grossolano giustificarsi con questo per non essere un santo sacerdote. È come colui che dice che poiché alla Messa vi assiste della gente che si comporta male nelle vicende private, allora egli non ci va. Il grande esempio, colui che dobbiamo imitare, è Gesù Cristo, colui che disse siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste (Mt 5, 48), colui che è lo stesso ieri, oggi e sempre. In Lui non v’è peccato (1 Gv 3, 5) perché non si trovò inganno sulla sua bocca (1 Pt 2, 22), Lui non è rilassato, né progressista, né scismatico, e non ha nessun vizio di quelli che possiamo osservare oggi in alcuni consacrati.

“A me piace l’insegnamento, la musica, la medicina, il canto...”.

L’uomo che ama veramente, non ha riguardi nel rinunciare ai propri interessi per compiacere la persona amata. L’amore vero è quello di benevolenza, volere il bene per l’altro. Lasciarsi guidare dai gusti personali è perdere di vista il fine della vita, è sacrificare gli interessi eterni per perseguire interessi temporali. E’ dimenticare il fine che si deve raggiungere come la cosa più preziosa della vita:

Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso? (Lc 9, 25), anche quando si debba rinunciare ai progetti personali per raggiungerlo.

Gli interessi di Dio stanno al di sopra dei nostri. Inoltre è una scusa vana, perché di fatto come sacerdote o come religioso si può e si deve insegnare, dirigere dei cori, occuparsi di opere assistenziali, ecc 19.

“Se io fossi un laico impegnato nelle cose della Chiesa, potrei fare molto di più”.
Forse sì, ed è appunto quello che si deve discernere quando uno si pone davanti alla scelta di stato, e la possibilità che esiste della chiamata di Dio alla vita religiosa. Ma affinché sia così, ci devono essere degli argomenti di vero peso che sostengano la scelta. In genere questo pensiero non è più che un semplice conformismo, una rinuncia al piano della santità, al piano che punta al massimo, per un piano meno ambizioso. E’ la proposta di colui che è tiepido, che s’interessa solo della propria salvezza, ma senza aspirare alla massima santità che potrebbe raggiungere. Colui che cerca solo di accontentarsi con quest’argomento, pensi a tutte le grazie che spreca quando decide di non seguire il vero volere di Dio, e delle quali egli è responsabile. Un giorno potrebbe sentirsi dire dal Signore: poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca (Ap 3, 16).

“In tutti i posti si può servire Dio”.
A questi diciamo con Sant’Alfonso: “Sì, in tutti i posti può servire Dio chi non è chiamato alla vita religiosa, ma non così per chi, essendo chiamato, vuole rimanere nel mondo; è molto difficile che questi porti una vita buona e serva a Dio”20 .

2) Inganni che riguardano maggiormente la volontà

“Ho una fidanzata e le voglio bene”.
Anche alcuni santi sacerdoti erano fidanzati prima di entrare in Seminario, ma, se Dio mi chiama ad una cosa molto più grande? Se le voglio bene, devo per questo motivo spiegarle qual è la mia vera vocazione; sarebbe peggio rovinarle la vita, e forse la salvezza, per il semplice gusto di essere suo marito e padre dei suoi figli, quando Dio mi ha destinato ad un altro stato, e mi ha destinate delle grazie che non necessariamente mi concederà nel matrimonio se mi chiama alla vita consacrata, e viceversa.

“Voglio avere una totale sicurezza”.
 Questo è un errore; ci sono alcuni che per avere certezza della vocazione aspettano che gli appaia un angelo o pensano che bisogna cadere da cavallo. La certezza che possiamo avere della nostra vocazione è morale, non fisica né metafisica. E’ sufficiente avere delle ragioni soddisfacenti per sapere che in questo stato di vita uno può rendere maggior gloria a Dio e bene alle anime. Diceva San Francesco di Sales: “Per sapere se Dio vuole che uno sia religioso, non è necessario aspettare che lo stesso Dio gli parli o che dal cielo gli invii un angelo per manifestare la sua volontà. Neanche è necessario un esame di dieci dottori per risolvere se la vocazione deve o non deve seguirsi; quello che importa è corrisponderla ed accogliere il primo movimento della grazia senza preoccuparsi dei dispiaceri o della tiepidezza che possono sopravvenire; perché, facendo così, Dio procurerà che tutto ridondi nella sua maggiore gloria”21 .

“Lasciare tutto e rimanere senza nulla!”.
 La vocazione religiosa è lasciare tutto per ottenere tutto; è lasciare le cose di questo mondo per attaccarsi al Tutto che è Dio. Diceva Santa Teresa: “Non si dona questo Re se non a colui che non si dona interamente a Lui”22. Invece di lamentarci di quel che lasciamo, dobbiamo considerare la bontà di Dio che vuole donarsi a noi. Dobbiamo pensare alle parole di Nostro Signore nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio (Lc 9, 62). Diceva San Giovanni della Croce: “dopo essermi messo nel nulla, ho trovato che nulla mi manca”23 .

“Questo della vocazione, non sarà un fuggire?”.
 Lungi da essere una fuggita, l’autentica chiamata alla vocazione religiosa è un’opzione, un’opzione per l’amore, per la verità, per darsi completamente a Colui a cui tanto dobbiamo. Così come nessuno fugge per rinchiudersi in un carcere, non si fugge per abbracciarsi alla croce.

3) Inganni che riguardano maggiormente la sensibilità

“Io mi vedo sposato, non posso immaginarmi sacerdote”.
Per chi ha veramente la vocazione, il non poter “immaginarsi” come prete, non è segno di mancanza di vocazione. Spesso il diavolo mette dei falsi sogni, immaginazioni, fantasie che sono il semplice prodotto della nostra sensibilità. Il giudizio che decide la vocazione della mia vita deve essere ragionevole, e non guidato da illusioni, o probabilità che mai accadranno nella realtà. La vocazione non è una questione d’immaginazione.

“Non lo sento” possono insistere a dire. Non sempre, né necessariamente, né ordinariamente la chiamata alla vocazione è sensibile, in genere non è così. Diceva Pio XI:

“Più di un sentimento del cuore o di un attrattiva sensibile, che alle volte può mancare, (la vocazione) si rivela nella retta intenzione di colui che aspira al sacerdozio unita a quell’insieme di doti fisiche, intellettuali e morali che lo fanno idoneo a tale stato” (Ad Cattolici Sacerdotii, 61) . Ci dobbiamo lasciar guidare soltanto dalla sinderesi della ragione24 , per afferrarci soltanto a ciò che obiettivamente è la verità. È triste vedere un giovane schiavo dei suoi sentimenti, che non lo lasciano pensare ed agire secondo il suo pensiero. E’ forse la peggiore e la più pericolosa delle giustificazioni: colui che
non vive come pensa, finisce pensando secondo il suo modo di vivere. Si può vedere quello che scrive San Francesco di Sales: “Per avere un segno di vera vocazione, non dovete sperimentare una costanza sensibile; basta che perseveri la parte superiore dello spirito; per questo non deve credersi senza una vera vocazione la persona chiamata che, prima di realizzarla, non sente quegli affetti sensibili che sentiva in un principio; ma, al contrario, sente ripugnanze e svenimenti che lo fanno per caso vacillare, sembrandogli che tutto sia perso. No; basta che la volontà prosegua costante nel non volere abbandonare il divino appello, e che abbia qualche affetto verso lui”25 .

“Che vergogna se poi esco!”.
Più vergognoso sarebbe presentarsi nel giorno del giudizio senza aver fatto davanti a Dio quel che Lui voleva da me. Non c’è nessuna vergogna nell’uscire da un Noviziato o da uno Studentato; tutto il contrario, in caso ci siano dei motivi autentici per uscire, quell’anima è degna di lode per la sua integrità, perché si è lasciata guidare soltanto da motivi soprannaturali; è un uomo di principi, che fa della sua vita un cantico alla volontà di Dio. Vergognoso è soltanto il peccato.

“Non è di mio gradimento, a me piacciono le donne, mi piacciono i bambini”.
E’ logico e normale, sarebbe da temere se fosse il contrario. Dobbiamo capire nonostante ciò, che solo Dio è “l’unico Signore che merita di essere servito”, e “servire Lui, significa regnare”26 . E la paternità spirituale è esercitata dal sacerdote in modo eminente.

Infine, sono tutte delle false scuse, fallacie, “sottigliezze”27 , velleità, sentimenti, che il demonio bisbiglia molte volte ai giovani – e anche a coloro non tanto giovani – affinché si allontanino dalla chiamata di Dio. Sono questi i numerosi sforzi del nemico, e questo ci deve anche far pensare all’immenso valore che ha una vocazione alla vita consacrata, e quanti sono gli sforzi che il diavolo fa per allontanarla da Dio, perché come diceva Don Bosco “la vocazione è la ruota maestra della vita”28 facendo un paragone con gli orologi antichi che avevano come asse principale una ruota chiamata maestra, la quale se si rompeva rendeva inservibile ed irreparabile l’orologio. Lo stesso succede con ogni vocazione.

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IV° I dubbi sulla vocazione

Pur se si rivolge a coloro che hanno già deciso la vocazione e vivono ormai da consacrati, la risposta che dà san Giovanni Bosco a queste tentazioni ti aiuterà anche a discernere la tua e a dare risposta agli ostacoli che troverai.
Don bosco Don Bosco avvertiva che “colui che si consacra a Dio con i santi voti fa una delle offerte più preziose e gradevoli alla sua divina maestà. Ma il nemico della nostra anima, comprendendo che per questo mezzo una persona si emancipa dal suo dominio, normalmente turba la sua mente con mille inganni per farlo retrocedere e gettarlo di nuovo nei sentieri tortuosi del mondo.Il principale di questi inganni consiste nel suscitargli dubbi sulla vocazione, ai quali segue lo scoraggiamento, la tiepidezza, spesso, il ritorno al mondo che tante volte aveva riconosciuto tra-

ditore e che, per amore a Gesù Cristo aveva abbandonato”29 .Il diavolo sa che un’anima dedita interamente a Dio è un’anima persa per lui, perciò cercherà con tutti i mezzi d’inquietarla con dubbi per allontanarla dal cammino del cielo.
L’anima che in coscienza davanti a Dio ha deciso in modo indubitabile la propria vocazione, deve sapere che tutte le tentazioni posteriori sono necessariamente del demonio. “Se, per caso, amati figli, - continua San Giovanni Bosco - vi assaltasse questa pericolosa tentazione rispondete immediatamente a voi stessi che, quando siete entrati nella congregazione, Dio vi aveva concesso la grazia inestimabile della vocazione, e che se questa vi sembra ora dubbiosa, è perché siete vittime di una tentazione, alla quale avete dato motivo, e che dovete disprezzare e combattere come una vera insinuazione diabolica.

Succede delle volte che la mente agitata dice a chi dubita: ‘Tu potresti operare meglio in un’altra parte’. Rispondete voi subito con le parole di San Paolo: Ciascuno rimanga nella condizione in cui era quando fu chiamato1 Co 7, 20). Lo stesso Apostolo rinforza la convenienza di continuare fermi nella vocazione a cui ognuno è stato chiamato: vi esorto dunque io, il prigioniero nel Signore, a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto con ogni umiltà, mansuetudine e pazienza (Ef 4, 1-2). Se rimanete nel vostro istituto ed osservate esattamente le regole, siete sicuri della vostra salvezza”.

Considerando le cose obiettivamente, risulta evidente che non c’è posto per tanti dubbi trattandosi –una volta che si conosce la vocazione divina- dell’elezione di quello che è più perfetto. Così dice Don Bosco che “quando parlo con i giovani non trovo che altra perla più preziosa che il conoscere la propria vocazione, principalmente se sono chiamati all’altare. Sì, la vocazione allo stato ecclesiastico è una perla tanto preziosa che mi sembra impossibile trovarne un’altra paragonabile ad essa30 . Sono tanti i beni di questa vita che dice San Pietro Giuliano Eymard: “se si sapesse cos’è la vita religiosa, si assalterebbero tutti i conventi e non rimarrebbe nessuno nel secolo”31 .

“Mentre il vostro spirito ed il vostro cuore si trovano agitati per i dubbi o per qualche passione, vi raccomando caldamente che non prendiate deliberazione alcuna, perché tali deliberazioni non possono essere conformi alla volontà del Signore, il quale, come dice lo Spirito Santo, non sta nella commozione (1 Re 19, 11). In questi momenti vi consiglio di presentarvi ai vostri superiori, aprendo loro il vostro cuore sinceramente  e seguendo fedelmente i loro consigli”. Prima di lasciare la vita religiosa, guidati da simili tentazioni, si deve sempre consultare il superiore o un prudente direttore spirituale: “Disgraziato chi nasconde i dubbi della sua vocazione o prende la risoluzione di uscire dalla società senza essersi prima consigliato sufficientemente e senza l’opinione di chi dirige la sua anima! Quello che si comportasse in questo modo, metterebbe in gran pericolo la sua salvezza eterna”.32


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Citazioni

1 OF, 645. “Perché il diavolo fa tutto il possibile affinché colui che ha vocazione rimandi la sua realizzazione, cercando… di far abbandonare tale proposito..” (t.n.)

2 San Tommaso d’Aquino, S.Th., II-II, 189, 10, ad 1.

3  II-II, q 189, a 10.

4 Super Mt, omelia 14.

5 Lettera a Paolina. Citato da CR, 9.

6 OF, p. 644.

7 San Tommaso d’Aquino, CR, 10.

8 Ibidem.

9 San Tommaso d’Aquino, S.Th., II-II, 189, 10, ad 1.

10 Cit. da San Tommaso d’Aquino, CR, 10.

11 San Tommaso d’Aquino, CR, 10.

12 Ibidem, p. 99.

13 OF, p. 646.

14 San Bernardo, cit. in OF, pp. 646-647.

15 Lettera a Eliodoro, cit. da San Tommaso d’Aquino, CR, 9.

16 Ibidem.

17 Santa Teresa di Gesù, Conceptos del amor de Dios, cap. III, 7. (t.n.)

18 OF, p. 644.

19 Dio ci restituisce generosamente il centuplo di quel che abbiamo dato, incluse, alle volte, le stesse cose, come ci dice Don Bosco di Don Cagliero, il quale “rinunciò ad ogni gloria mondana, si ritirò tra noi; e la gloria dalla quale fuggiva, lo ha seguito e lo ha raggiunto d’un modo molto più grande, tanto che quasi tutti i giornali lo qualificano ora come eccellente maestro di musica, come compositore, come gran predicatore, come professore di Teologia.... E se non fosse entrato nella Congregazione non avrebbe avuto, certamente, niente di questo (BE, p. 556) (t.n.).

20 Cf. Sant’Alfonso Maria di Liguori, cit. in OF, p. 645.

21 San Francesco di Sales, cit. in OF, p. 645.

22 Santa Teresa di Gesù, Cammino di perfezione, Città Nuova Editrice, Roma, 2004, cap. 24, nº4, p. 104.

23 San Giovanni della Croce, El Monte de la perfecion, in Obras Completas, BAC, Madrid, 1982, p. 74 (t.n.).

24 Cfr. Sant’Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, 314.

25 San Francesco di Sales, cit. in OF, p. 645.

26 Messale Romano, Prefazio di Cristo Re.

27 Cf. Sant’Ignazio di Loyola, Esercizi spirituali, 329.

28 OF, p. 646.

29 Ibidem, p. 663.

30 Ibidem, p. 554.

31 San Pietro Giuliano Eymard, Obras Eucaristicas, (Madrid 1963) 856 (t.n.)

32 OF, p. 662

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